Caso Sauvignon, squarciato un velo su quei metodi - Il commento

Un’inchiesta che ha messo a soqquadro il settore, ben più di quanto le “polverine” magiche dell’enologo finito nei guai abbiano inficiato la bontà del vino

Dunque non è finita a tarallucci e vino. Dieci aziende hanno patteggiato, tre sono state archiviate, una sola affronterà il dibattimento. Al momento è questa la fotografia giudiziaria dell’inchiesta sul cosiddetto Sauvignon dopato, scoppiata come una vera e propria bomba un paio di anni fa, proprio in tempo di vendemmia. Un’inchiesta che ha messo a soqquadro il settore, ben più di quanto le “polverine” magiche dell’enologo finito nei guai abbiano inficiato la bontà del vino.


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Perchè, come ha precisato la Procura di Udine fin dal primo momento, il Sauvignon “trattato” non era comunque dannoso per la salute. Di tutto ciò che accadde in quelle settimane concitate, con gli uomini del Nas nelle cantine, i sequestri dei mosti, le successive analisi in laboratori italiani d’eccellenza, le polemiche tra colpevolisti e innocentisti, quasi si fosse davanti a uno scontro guelfi-ghibellini di epoca medievale, il “Messaggero Veneto” informò con precisione, dovizia di particolari, dettagli che potevano rendere chiari i contorni della vicenda. Diede voce a tutte le campane: enologi, professori universitari, esperti, certificatori del vino, dirigenti delle associazioni di categoria, oltre naturalmente a seguire gli sviluppi giudiziari dell’indagine, che poi si allargò a Umbria e Abruzzo.

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Un lavoro che consentì di squarciare il velo su pratiche che, seppur non dannose per la salute (è giusto ripeterlo, visti i tanti gravi scandali che ogni anno toccano cibi e bevande su e giù per lo Stivale, ndr) furono utilizzate da qualcuno in modo non lecito. A che scopo? Innanzitutto per vincere premi nei concorsi mondiali specializzati. E di conseguenza aumentare la propria visibilità, la notorietà e quindi il giro d’affari. Perchè se una stella Michelin o cinque cappelli dell’Espresso o tre forchette del Gambero Rosso consentono a un ristorante di raddoppiare il proprio fatturato, è chiaro che una medaglia d’oro al collo di un produttore del Collio o dei Colli Orientali o di qualsiasi altra Doc della regione, consente di commercializzare la propria bottiglia premiata a un prezzo maggiore e in un battere di ciglia. Quindi ben venga chi accerta l’uso di sostanze non consentite dal disciplinare del Sauvignon: è giusto che in una gara si parta tutti dalla stessa linea, non qualche metro più avanti per vincere con più facilità.

C’è da dire comunque che il Sauvignon prodotto in Friuli è sicuramente di eccellenza, in grado di competere con i migliori del pianeta. E lo dimostrano i tanti riconoscimenti ottenuti al Concorso mondiale proprio nel 2017, con i nostri vini “controllati” come non mai. Certo in quell’autunno del 2015 il contraccolpo per il vigneto Friuli fu pesante. Perchè a subirne le conseguenze negative furono tutti i produttori, quelli che hanno seguito alla lettera i procedimenti e quelli che hanno ammesso di aver deviato. E non solo quelli che imbottigliavano Sauvignon. Ma il vigneto Friuli è di sana e robusta costituzione e già dalla vendemmia 2016 ha saputo risollevarsi. Tanto che oggi, lasciandosi definitivamente alle spalle (o quasi) l’inchiesta, gode di una salute ritrovata e un boom di esportazioni.
 

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