C'è chi va a Sanremo in bicicletta e chi scende in piazza: il teatro non è tempo libero, il teatro è lavoro

UDINE. C’è chi a Sanremo ci andrà in bicicletta. Parliamo degli artisti e dei lavoratori dello spettacolo che partiranno il 24 febbraio per un viaggio di 300 chilometri, diviso in 6 tappe, da Milano alla città del Festival, con arrivo il 2 marzo. Un’iniziativa poetica, democratica, gentile, senza urla e strepiti nonostante sia passato un anno dalla chiusura dei teatri e i suoi lavoratori siano allo stremo.
Teatro, che bella parola. Pronunciata pochissimo dai politici, pensa se Di Maio, Salvini, Zingaretti, non Luca l’attore, ma il fratello segretario del Partito democratico, dicessero al tiggì: “non vedo l’ora di poter andare a teatro e al cinema”, oppure “dobbiamo impegnarci per la riapertura dei teatri italiani”, o anche “i lavoratori del teatro devono vedere garantito il diritto al lavoro, come tutti gli altri lavoratori di questo Paese”.
Sai che rivoluzione? La rivoluzione delle parole che comincia ad accostare sistematicamente la parola teatro a “lavoro” e non a “tempo libero”.
Invece la parola teatro non la pronuncia nessuno, pochissimo perfino il quattro volte ministro della cultura Franceschini. Se avesse detto le parole teatro e cinema quanto è stata pronunciata la parola “impianti sciistici”…E non è per mettere in concorrenza due comparti produttivi e lavorativi dello stesso Paese, semplicemente per dare l’idea che al teatro e al cinema, lui, il ministro ci tiene davvero.
Un anno senza teatri
A un anno esatto dall’inizio della pandemia non solo non c'è ancora un programma per la riapertura ma continua a mancare completamente la volontà di ascoltare le istanze dei lavoratori per garantire loro la tutela di diritti fondamentali e il rispetto della loro dignità, umana e professionale.
Eppure il teatro è nato nell’antica Grecia. È nelle pieghe del Dna della nostra civiltà. Le parole teatro, scena, dramma, tragedia, coro, dialogo le hanno inventate i Greci.
Dalla lotta dei corpi nella volta celeste al conflitto dei personaggi sulla scena, il teatro esibisce la contraddizione della diversità, così come la democrazia tenta di mediarla, facendola risuonare attraverso il meccanismo dell’empatia e della reversibilità delle prospettive.
I paesi non democratici si guardano bene dal tenere aperti i teatri, a meno che i testi non siano allineati con il potere. E basterebbe osservare i bambini per capire che il teatro, “il far finta di”, è un bisogno primario dell’essere umano. Drammatizzare, giocare a, impersonare un ruolo, è salvifico così come andare a vedere altri che fanno la parte di qualcun altro, diverso da noi, lo è.
I Don Quixote del teatro
Dicevamo gli artisti in bicicletta fino a Sanremo. Li immaginiamo come tanti Don Quixote, intenti a spingere sui pedali all’insegna di salite e discese, glorie e fatiche, impegnati in una rappresentazione vivente del loro mestiere. “Pedalo ergo sum”. Guardateci, esistiamo, fateci lavorare.
Martedì 23 in Piazza Unità a Trieste tutto il comparto del teatro manifesterà per: la riapertura degli eventi dal vivo, lo sblocco dei ristori, l’apertura di tavoli istituzionali, le misure per la ripartenza e la riforma del settore.
E prima della partenza per Sanremo, lunedì 22 , centinaia di teatri italiani, terranno simbolicamente ‘acceso’ il foyer aderendo all’iniziativa “Facciamo luce sul teatro”, lanciata da U.N.I.T.A. (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo), che invita i teatri italiani, da quelli più piccoli fino ai grandi Teatri Nazionali, a illuminare i propri spazi e dare un segnale di apertura per una sera. I teatri insomma faranno luce al viaggio degli artisti e delle maestranze. Un gesto altamente simbolico. Di civiltà. Che deve essere riconosciuto.
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