Cristian Rossi, commesso di Bernardi era diventato manager

UDINE. Difficile scardinare i crismi della retorica, nei casi in cui la commozione per il dolore rischia di intaccare l’oggettività del ricordo.
Eppure le testimonianze di parenti, colleghi e amici e ancor di più gli occhi degli interlocutori, carichi di costernazione e orgoglio, rendono quasi univoco e tremendamente nitido il ritratto di Cristian Rossi, il quarantasettenne di Feletto Umberto barbaramente ucciso da sedicenti guerriglieri dell’Is a Dacca, capitale del Bangladesh, dove il manager friulano si trovava per lavoro.
I parenti fanno la spola tra Feletto - dove Cristian risiedeva con la moglie Stefania Collavin, impiegata della concessionaria Autostar e le gemelline di soli tre anni - e Reana del Rojale, dove abita il papà Francesco, stretto in queste ore di lancinante dolore nell’abbraccio amorevole delle figlie e dei nipoti, che non lo lasciano solo un attimo. È provato, nonno Francesco, che appena sei mesi fa ha perso l’amata moglie.
La notizia è arrivata nel caseggiato di via Volta, dove abita l’anziano padre di Cristian, già nella serata di venerdì, quando la Farnesina aveva comunicato che l’imprenditore era tra gli italiani tenuti in ostaggio dai militanti dell’autoproclamato Stato Islamico. Ieri mattina, l’atroce conferma dell’uccisione.
«Cristian era un gran lavoratore, ha sempre girato il mondo per il suo lavoro, prima come country manager per il Gruppo Bernardi e da qualche anno si era messo in proprio.
Aveva poche distrazioni, era molto legato alla sua famiglia, alla moglie, a noi e al papà», racconta commossa la sorella Daniela, celando il dolore dietro un paio d’occhiali scuri. Rossi aveva fatto carriera nel Gruppo Bernardi: aveva cominciato come commesso, poi la determinazione e le capacità manageriale riconosciute dai superiori, gli sono valse la promozione a ruoli di maggior responsabilità.
Avevano creato un gruppo whatsapp i fratelli Rossi. Le tre sorelle grandi, Cristina, Daniela e Gabriella e lui, Cristian, il “piccolo” di famiglia, nato dopo quattro femmine, il 5 febbraio del 1969.
E grazie ai messaggini della chat si erano dati appuntamento a Lignano proprio per oggi, una rimpatriata di famiglia che purtroppo non ci sarà mai. Perchè parenti e conoscenti dell’imprenditore si sono già ritrovati, ma per piangere assieme e confortare la moglie Stefania. Ieri mattina, le sorelle di Cristian, i cognati e i nipoti, hanno raggiunto anche Reana.
«Dovevamo vederci al mare – racconta costernata Cristina Rossi –, si usava così tra noi. Sapevamo che Cristian era via qualche giorno, ma con lui tenevamo stretti i contatti. Doveva tornare venerdì (il giorno del massacro, ndr) poi aveva posticipato di 24 ore perchè doveva concludere dei contratti. Mio fratello era una persona buona e simpatica, un gran lavoratore. Era anche prudente, non usciva quasi mai la sera quando era in Bangladesh».
« Quella cena al ristorante vicino all’ambasciata italiana era un’eccezione – prosegue Cristina –. Aveva partecipato perchè aveva ritrovato tutti i suoi amici, che si occupavano come lui di abbigliamento.
La Farnesina ci ha contattato venerdì sera, dicendoci che Cristian era tra gli ostaggi. Noi non abbiamo provato a contattarlo, speravamo si fosse nascosto da qualche parte e temevamo che se avesse squillato il telefono lo avrebbero individuato. Invece purtroppo era là, in quella stanzetta riservata, con gli altri italiani che hanno trovato la morte», raccont ancora la sorella.
L’imprenditore friulano aveva abitato per sette anni in Bangladesh, curando gli interessi del Gruppo Bernardi nel Paese asiatico: fu lui, assieme a un team di altri colleghi, a coordinare l’apertura del primo ufficio estero di Bernardi, proprio a Dacca. E successivamente si era occupato anche della fase di start up della filiale di rappresentanza che il gruppo tessile aveva deciso di inaugurare in Cina.
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