Il socio di Cristian in lacrime: "Sconvolto, ho perso nove amici"

UDINE. «Nadia, Simona, Marco, Claudia, Cristian. Io li conoscevo tutti quelli che sono morti. Ho perso gli amici di una vita, le persone che mi hanno accompagnato in questi 25 anni tra l’Italia e il Bangladesh. E venerdì sera, nel ristorante di Dacca, si sono spezzate tante famiglie con figli piccoli. Non ho più parole per descrivere il mio stato d’animo. Non sono lucido in questo momento. Sono svuotato, distrutto, piango nove brave persone».
Luca Gentilini, di Pordenone, è l’imprenditore di 48 anni socio al 50% di Cristian Rossi nella “Fibres”, l’azienda che insieme avevano fondato tre anni fa e che si occupa di trading, consulenza e gestione ordini per conto di grandi marchi italiani nel settore dell’abbigliamento.
Colleghi da decenni, stima reciproca, affiatamento. «Avrei potuto esserci io al suo posto - racconta Gentilini -. Nei viaggi in Bangladesh ci alternavamo, a seconda di quello che c’era da fare». Due vite professionali parallele, quelle di Rossi e Gentilini.
Entrambi assunti da ragazzi come commessi alla Bernardi, la catena di negozi di abbigliamento creata dal nulla da Riccardo Di Tommaso, scomparso qualche anno fa. Poi entrambi avevano fatto carriera. Tanto che Rossi era diventato country manager proprio a Dacca, dove aveva vissuto in pianta stabile per lungo tempo.
Laggiù a 8 mila chilometri dal suo amato Friuli aveva il compito di comprare la merce e seguire i fornitori. E proprio grazie all’esperienza maturata, quando il gruppo tessile Bernardi aveva cessato l’attività, si era messo in proprio avviando con il collega un’attività di importazione di capi di abbigliamento realizzati nelle fabbriche di Dacca per conto di aziende italiane.
«Ho sentito Cristian nel pomeriggio di venerdì, qualche ora prima che fosse ammazzato in quel modo - spiega ancora Gentilini -. Mi aveva detto di aver spostato il volo di rientro a casa di un giorno perchè voleva verificare di persona alcune informazioni riguardanti una commessa.
E’ rimasto per senso di responsabilità, gli piacevano le cose fatte bene, con competenza. Avevamo valutato un po’ come andavano gli affari, non eravamo contenti di alcune scelte fatte, pensavamo di cambiare qualcosa. Ma erano discorsi di routine, pareri che ci si scambiava tra soci. Poi il solito saluto e la promessa di fare il punto al suo rientro in Friuli».
Purtroppo Rossi tornerà in Patria solamente in una bara avvolta dal tricolore. «Io ho saputo che il ristorante era stato preso d’assalto alle 16.30 di venerdì (a Dacca erano le 20.30, ndr) - aggiunge l’imprenditore pordenonese - da amici comuni, per l’esattezza dal socio di Nadia Benedetti (una delle 9 vittime, ndr) e altri contatti bengalesi.
Poi mi hanno chiamato i funzionari della Farnesina. Io ho provato a telefonare a Cristian quando ho avuto la certezza che era tra gli ostaggi, ma non mi ha mai risposto. Faccio su e giù con il Bangladesh 6, 7 volte l’anno. Ci fermiamo una settimana, massimo 10 giorni, dipende cosa c’è da fare.
Francamente non avevamo avuto percezione che fosse aumentato il pericolo per il terrorismo di matrice islamica, nemmeno quando fu ucciso il cooperante italiano. Stavamo solo un po’ più attenti, non ci muovevamo più con i risciò o in bicicletta, prendevamo i taxi anche per i piccoli spostamenti nella capitale.
Nè avevamo mai pensato a protezioni particolari, a guardie del corpo o cose del genere. Al massimo a Dacca potevano portarti via il portafoglio, niente di particolare. E poi il mio socio era uno schivo, molto attento, anche più di me. Tanto che usciva pochissimo, fuori dagli impegni di lavoro».
Gentilini, una volta saputo dell’assalto dei miliziani dell’Is, si è attaccato al telefono, ha acceso il computer e si è collegato su Facebook, dove ha riempito la sua bacheca con i commenti sulla vicenda e ha tenuto i contatti con gli amici sparsi un po’ in mezzo mondo.
Poi il post a chiudere questa drammatica, ma incancellabile, parentesi che ha sconvolto la sua esistenza. «In un giorno qualsiasi di un mese qualsiasi - scrive Gentilini su Fb -, mi ritrovo a piangere la perdita di tanti amici con cui ho condiviso anni di lavoro e risate per mano di capre senza Dio e senza anima che trovano motivo della loro miseria nella viltà, nella crudeltà ingiustificata e ingiustificabile indotta da un fanatismo religioso becero e oscuro!
Vi odio e vi combattero per quanto e come posso, sempre! Addio amici miei!». «Cosa farò io adesso? - conclude l’imprenditore -. Non so se tornerei laggiù. Se fosse per mia moglie, no di sicuro, ma ora non so risponderle.
Quello che è successo avrebbe potuto capitare anche a me. Io e Cristian ci capivamo subito sul piano del lavoro, è una perdita gravissima, come se mi avessero spezzato in due. Forse continuare a lavorare è il modo migliore per onorare tutti i miei amici, uccisi in modo così barbaro».
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