L'omicidio Tulissi: «Tatiana aveva paura, chi indaga lo sa»

MANZANO. Cominciano a ingiallire le pagine di cronaca con i titoli a sei colonne sul delitto di Manzano, mentre al secondo piano di palazzo Lovaria, sede della Procura della Repubblica di Udine, i cartolari smarginati zeppi di annotazioni mostrano i segni del tempo. Ma il tempo in casa Tulissi si è fermato la sera dell’11 novembre 2008, quando la vita di Tatiana fu spezzata da un assassino senza volto, nè nome. A ridosso del quinto anniversario di quella tragedia Meri Conchione, madre di Tatiana, accanto al marito Aldo e al figlio Marco, rompe gli indugi e parla, come solo una madre può parlare. Perché una madre non dimentica.
Signora, come si sopravvive alla morte di una figlia?
«Si sopravvive. Ma ci si sveglia al mattino e si va a dormire alla sera con le stesse angosciose domande e senza una risposta. Si trascorre la vita appesi a una speranza, leggendo le cronache dei giornali, guardando i telegiornali e aspettando che il telefono squilli per dare quella tanto attesa risposta».
Quando ripensa a Tatiana come la vede?
«La rivedo sorridente, piena di vita, di gioia. Mio figlio la sogna spesso chiusa in una stanza buia mentre cerca di uscire per prendere aria. È come se lei non potesse riposare in pace, almeno fino a quando non sarà fatta giustizia».
Ricorda le ultime parole che scambiò con lei?
«Fu suo fratello Marco a vederla l’ultima volta, venne a casa a bere un the. Avevo parlato con lei qualche giorno prima e mi ero lamentata perché veniva raramente. Le dicevo “ma allora ci sei! Almeno mandami una foto”. Purtroppo, quando la rividi in fotografia il suo volto era stravolto dai tagli e dai colpi che aveva ricevuto».
Com’era sua figlia?
«Era piena di interessi, di amici, anche se negli ultimi anni la sua vita era diventata più solitaria e appartata. Era un maschiaccio, capace di guidare per migliaia di chilometri senza fermarsi, fare lavori maschili, spaccare la legna, imbiancare la casa, come del resto faceva anche da quando si era trasferita a Manzano. La famiglia Calligaris non aveva certo problemi economici, eppure lei non ci pensò mai a smettere di lavorare, faceva le sue otto ore, si occupava della casa visto che non voleva collaboratori, aveva anche ritinteggiato la casa da sola. Non era pretenziosa, niente vita mondana o fasti, per lei una pizza al venerdì sera e la colazione in centro a Cividale al sabato erano abbastanza».
Tatiana aveva paura di qualcosa o di qualcuno?
«Sì. Aveva alcuni timori, ce li ha confidati, e gli inquirenti lo sanno. E qualche preoccupazione era sorta anche quando, nel giro di un anno, il suo compagno aveva subito un paio di rapine in azienda». Quindi aveva paura di stare sola in casa? «Assolutamente no. Tant’è che la settimana precedente il suo assassinio lei era sola in casa, poi Paolo era tornato, quel martedì era la vigilia del suo compleanno».
Le capita mai di guardare fra la gente e di pensare che l’assassino di sua figlia potrebbe essere fra loro?
«Purtroppo sì, capita spesso perchè secondo me è una persona della zona. Se non è del posto è stato chiamato da qualcuno del posto».
Qual è il suo più grande rammarico?
«Come mamma è quello di non essere riuscita a convincerla a non andar via di casa. E di non averla potuta proteggere quella sera».
Con la famiglia Calligaris avete ancora rapporti?
«No. Ci siamo visti il giorno del funerale, e in occasione del primo anniversario della sua morte ci siamo incontrati, poi, da quando abbiamo assunto un legale, i rapporti si sono interrotti».
Recentemente le indagini sono riprese con nuovo vigore, che cosa significherebbe per lei un’archiviazione?
«Non lo accetterei. Se si arriva a un’archiviazione sarà un fallimento per tutti, per gli inquirenti e anche per la popolazione, che dovrà accettare di vivere accanto a un assassino».
Qual è la chiave della vicenda?
«La pistola. Non è un’arma molto comune, anche se dalla Slovenia è possibile procurarsela di contrabbando. È piccola, conosco la forma perché ne ho impugnata una simile. Mi rivolgo a chi l’ha vista circolare nella nostra regione e lo invito a segnalarlo ai carabinieri».
Vi fermerete? «Mai. È stato perso tempo prezioso. Dopo l’omicidio di Tatiana ce ne sono stati altri. Tutti risolti. La morte di mia figlia resta una zona d’ombra sulla quale deve essere fatta luce. Confidiamo tantissimo sul pubblico ministero Marco Panzeri, che ha ripreso in mano le indagini e sta lavorando con scrupolo e impegno. Abbiamo piena fiducia in lui».
Meri, se potesse parlare con l’assassino di sua figlia, cosa gli direbbe?
«Lo guarderei in faccia e gli chiederei perché lo ha fatto. Perchè Tatiana? Lei una persona sempre pronta a fare del bene a tutti, a comprendere. La sua è stata un’esecuzione vera a propria. Non meritava questo».
Potrà perdonare?
«Non so rispondere. Non sono pronta».
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