Marco, fuggito dall'Italia per la crisi: sarebbe rientrato lunedì

Il fratello dopo la strage di Dacca: «Visto il ristorante, abbiamo capito». La conferma dopo 17 ore

CORDOVADO. Uno stillicidio durato 17 ore, fatto di notizie frammentarie, telefonate interlocutorie, di dubbi, prima di ricevere la notizia più temuta, che ha spento anche l’ultimo, fioco barlume di speranza.

Erano le 15 di sabato 2 luglio quando nell’abitazione di Fabio Tondat è arrivata la telefonata della Farnesina che ufficializzava il decesso del fratello Marco. Assieme a Fabio c’era anche le mamma, Gemma Drigo. Insieme hanno sperato, fino all’ultimo, che Marco fosse riuscito a salvarsi.

Il fratello di Marco Tondat: "Doveva rientrare in Italia lunedì"

Poi, è rimasto solo il dolore. «Un dolore immenso – sono le parole di Fabio pochi minuti dopo aver appreso la notizia ufficiale della scomparsa del 39enne ucciso nell’attentato – Era l’unico fratello che avevo. Me l’han portato via. Gli ho parlato per l’ultima volta venerdì mattina.

Doveva rientrare a casa, a Cordovado, domani e ci eravamo sentiti per metterci d’accordo, per vederci non appena atterrato, di ritorno dal Bangladesh. Un paese dove si era subito trovato bene. Sembrava felice. Marco era un bravo ragazzo, intraprendente con tanta voglia di vivere».

«Era partito un anno fa per questa avventura – ha spiegato Fabio –. Purtroppo, ecco l’epilogo. Non si può morire così, a 39 anni. Non è stato un incidente stradale o una malattia. Credo che sia una cosa che deve far riflettere. La reazione di mia mamma? Lei è forte.

Le prime notizie sono arrivate verso le 22, e siamo sempre rimasti in contatto con la Farnesina. Ho passato la notte davanti alla tv e a internet, in attesa di notizie. Un’altra telefonata, che confermava la presenza di Marco nel locale, è arrivata alle 4. Poi verso le 15 di questo pomeriggio è arrivata l’ufficialità. Marco non c’era più».

I due fratelli si sentivano ogni giorno, per lo più via sms o Whatsapp. Un ultimo sms venerdì mattina, per chiedere se tutto era a posto in vista del rientro: il fratello avrebbe raggiunto Marco, che sarebbe partito oggi, domenica, per atterrare lunedì a Venezia.

Quindi la notifica dell’ultimo accesso a Whatsapp: segnava le 17.35. Poi, non c’è stato più nessun contatto.

Tondat lavorava alla Studio tex ltd di Dacca da poco più di un anno, azienda di cui è titolare il compaesano Filippo Cristante, che là risiede da 14 anni. Il 39enne era supervisore alla qualità di magliette e prodotti tessili prodotti dall'azienda. Abitava in un residence.

Nel locale della strage, come ha confermato il fratello, «Marco si recava spesso con i colleghi. Si trova in mezzo a quattro ambasciate: in apparenza un luogo sicuro. Quando hanno cominciato a mostrare le prime immagini di quel ristorante in tv ho subito riconosciuto il locale che Marco frequentava abitualmente e ho cominciato a preoccuparmi».

A Cordovado risiedeva in via Saccudello, assieme alla madre. Lascia anche una figlia, in tenera età. Aveva lavorato nella grande distribuzione alimentare (supervisore per alcune catene di supermercati).

«Poi la crisi: qui non aveva più alcuna possibilità – ha rimarcato il fratello – ed è andato con piacere incontro a questa nuova opportunità. Diceva che il Bangladesh offre tante possibilità, ma ci sono anche problematiche. Paura? Sì, a volte la provava, seppur non avesse mai ricevuto minacce.

Ci diceva che i cittadini del posto sono tranquilli: musulmani assolutamente non fondamentalisti. Ma da qualche mese, in particolare dall'uccisione di Cesare Tavella, secondo lui il clima stava cambiando».

Ora l'attesa per il rientro della salma in Friuli. «Se potessi – ha aggiunto Fabio – partirei subito per Dacca, ma non c'è la possibilità, essendoci l'esercito nelle strade».

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