Sauvignon connection, le perizie non sciolgono il nodo: cantano vittoria l’accusa e la difesa

UDINE. «Per i produttori è andata bene», commenta l’avvocato Giuseppe Campeis, che li assiste e che per loro ha schierato un esercito di consulenti tecnici. Sono da poco passate le 13.30 e la porta dell’aula del tribunale, dove le parti hanno discusso le conclusioni dell’incidente probatorio sui campioni prelevati nelle cantine dei venti viticoltori indagati nell’ambito della “Sauvignon connection”, si è appena aperta.
«Nei mosti non è stata rilevata alcuna impurezza e questo significa che non sono state fatte aggiunte esterne», spiega il collega Luca Ponti, che difende invece l’Archimede dell’enologia, Ramon Persello, e sua moglie, oltre che la titolare e una tecnica del laboratorio in cui lavorava.
Un punto decisivo a favore degli indagati e palla che torna al centro del campo, quindi? Niente affatto. Perchè, da via Lovaria, l’unica dichiarazione che il procuratore di Udine, Antonio De Nicolo, si concede prospetta un risultato diametralmente opposto.
«Dopo l’audizione dei periti – afferma –, a me pare che l’accusa sia uscita rafforzata».
Due ore di contraddittorio Il contraddittorio andato in scena martedì, davanti al gip Emanuele Lazzàro, ha dunque confermato le rispettive convinzioni.
Consegnando a entrambi gli “schieramenti” la sensazione di avere vinto la battaglia. E con ciò aumentando il disorientamento dell’opinione pubblica, che da settembre segue con estremo interesse la vicenda e il “ping-pong” tra accusa e difesa che ne è seguito.
Gongolano gli indagati, perchè le analisi hanno escluso la presenza da quasi tutti i campioni del fantomatico preparato di Persello, in grado di esaltare i profumi del Sauvignon.
E ostentano soddisfazione anche i magistrati, che, nel ribadire come un esito «neutro» rappresenti comunque un elemento di forza per l’impianto accusatorio, hanno insistito sull’individuazione di tracce, seppur minime, di un composto chimico “sospetto” in tre della trentina di campioni esaminati.
Sottoposti al fuoco incrociato del pm Marco Panzeri, titolare del fascicolo, e del collegio difensivo con i rispettivi consulenti, i periti Emilia Garcia Moruno, del Centro di ricerca per l’enologia di Asti, incaricata delle analisi microbiologiche, e Mario Malacarne, della “Fondazione Edmund Mach” di San Michele all’Adige (Trento), per quelle chimiche, hanno risposto senza sosta ai quesiti delle parti per circa due ore.
Al termine dell’udienza, il giudice ha trasmesso gli atti alla Procura per il prosieguo delle indagini. Indagini che De Nicolo conta di chiudere entro sei mesi, senza bisogno di proroghe.
Campeis: manca l’evidenza Sono state in particolare due le questioni poste al centro del contraddittorio.
Innanzitutto, quegli unici tre campioni nei quali le sole analisi chimiche hanno rilevato la presenza di Mesityl oxide: nel Sauvignon dell’azienda “Cortona” di Roberto Folla, a Villa Vicentina, in un caso, e in quello di Paolo Rodaro, di Spessa di Cividale, in altri due casi.
Secondo gli investigatori, quella sostanza, che era stata trovata anche in una boccetta sequestrata a Persello in una percentuale molto più alta, potrebbe essere stata usata per migliorare i profumi del mosto.
«Quelle tracce non hanno l’evidenza necessaria per poter essere ritenute conseguenti all’uso di un prodotto dell’enologo – ha spiegato l’avvocato Campeis, che per difendere i produttori si è avvalso anche della consulenza del professor Paolo Pascolo –. Per avere una prova in tal senso, serve che vi sia corrispondenza con le analisi microbiologiche.
Abbiamo chiesto lumi ai periti e ci hanno risposto di non avere proceduto a un confronto. Noi, invece, lo abbiamo fatto e l’analisi comparativa ha dato esito negativo».
Ponti: presenza naturale A sgomberare il campo da ulteriori dubbi è stato anche l’avvocato Ponti.
«L’ossido di mesitile – ha chiarito, affiancato dal consulente Oscar Ghizzoni, di Como – è presente nel mosto analizzato in percentuali infinitesimali.
E visto che la letteratura scientifica indica come possibile una presenza naturale di questo composto negli aromi del Sauvignon, oltre che, per esempio, di altri preparati di frutta con principi di fermentazione, non è possibile stabilire se in questo caso, con valori così bassi, si trovasse là per un processo naturale, oppure in quanto aggiunto».
Il pm: il ritardo ha pesato Ed è proprio da qui che è scaturita la seconda domanda che la Procura aveva in serbo per i periti.
Riproponendo un dubbio emerso nel momento esatto in cui la difesa chiese che le analisi avvenissero nella forma dell’incidente probatorio - procedura che ha determinato uno slittamento dell’avvio delle perizie di almeno due settimane, con conseguente ulteriore periodo di conservazione dei campioni –, il pm ha chiesto se l’esito possa essere stato condizionato dall’ossidazione intervenuta con il passare dei giorni.
Se, cioè, le prove siano venute meno a causa del ritardo. «I periti hanno definito tale ipotesi assolutamente astratta – ha riferito l’avvocato Campeis –, perchè non ci sono elementi, nè letteratura per poter dire in che tempi e a quali condizioni il fenomeno si verifichi».
La frode e le indagini L’inchiesta, condotta dai carabinieri del Nas e dal personale dell’Ufficio antifrode, ipotizza per tutti il reato di frode nell’esercizio del commercio, in quanto l’aggiunta dell’eslatatore sarebbe stata compiuta in violazione del Disciplinare per la produzione del vino Doc, e, per Persello e gli altri tre clienti di Ponti, anche la vendita di sostanze alimentari non genuine.
Accuse che, secondo la Procura, non escono per nulla scalfite dall’incidente probatorio. «I quesiti formulati ai periti e le loro risposte hanno confermato la nostra ipotesi – ha detto De Nicolo –. È stata un’udienza assolutamente positiva. Ma non intendo aggiungere altro. Il processo va fatto nella sua sede propria. L’indagine è in corso e stiamo valutando anche tanti altri aspetti».
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