Tenacia, lavoro duro e progetti: la rinascita della montagna un anno dopo la tempesta Vaia

Avviate 600 opere per rimediare ai danni provocati dal vento e della pioggia. Rimossi 300 mila metri cubi di legname, ma ne restano da estrarre altrettanti 

È passato un anno dalla devastante tempesta che il 28 e 29 ottobre si è abbattuta con violenza sulla Carnia e sulla Valcellina causando danni ingenti a infrastrutture, abitati e al patrimonio boschivo. Le straordinarie precipitazioni e le raffiche di vento a 200 chilometri orari hanno investito a macchia d’olio i boschi di abeti rossi e bianchi lasciando a terra poco meno di un milione di metri cubi di legno e distruggendo importanti infrastrutture.

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La Carnia e la montagna pordenonese si sono svegliate in un incubo. Strade franate, collegamenti elettrici saltati, danni alle abitazioni e il bosco violentato dalla forza del vento.




Tra i paesi più colpiti si contano Forni Avoltri, Paluzza, Sappada, Prato Carnico,
. La sensazione d’impotenza ha lasciato subito il posto alla reazione caparbia delle gente di montagna che, affiancata dal Corpo regionale di Protezione civile, dalle amministrazioni, dai vigili del fuoco e dalle
, con una determinazione che ha ricordato l’epopea del post-terremoto. Non a caso il vicepresidente con delega alla Protezione civile,

«Abbiamo fronteggiato l’emergenza, effettuato la ricognizione di tutto, stimato i danni in più di 600 milioni di euro, portato a casa le risorse e centrato nel primo anno l’avvio di 600 opere per 160 milioni di euro» racconta sottolineando il ruolo centrale della Protezione civile «che è stata la grande protagonista di questo difficile anno: con lei abbiamo organizzato il sistema e delegato poi a ognuno il suo pezzetto di intervento».



In quei due giorni di paurose raffiche di vento il bosco viene ferito a morte. A terra restano oltre 700 mila metri cubi di tronchi per 3 mila 700 ettari abbattuti. Riccardi ricorda bene quelle ore di paura. «Alle 7 di sera del 28 ottobre eravamo a Piani di Luzza, diretti verso Sappada, a un certo punto qualcuno si mise di traverso impedendoci di passare, fossimo andati avanti forse non saremmo qui a parlarne. Di rientro passammo sul ponte di Comeglians. Non feci in tempo ad arrivare a casa che ricevetti una chiamata: il ponte era crollato, io ci ero passato 40 minuti prima».

La mattina successiva, con le raffiche di vento che continuano, Riccardi torna in Carnia, come farà per i sette giorni successivi. «Il panorama era indescrivibile. I tronchi degli alberi sulle strade, 26 mila utenze elettriche saltate, abitazioni senza luce e senza riscaldamento, anche al Cro e in alcune case di riposo, senza contare la mancanza dell’acqua potabile».



La macchina della Protezione civile non perde un minuto, mettendosi alla testa del sistema per coordinare i primi interventi di messa in sicurezza delle strade e degli abitati, di ripristino delle utenze, per poi passare alla fase due, alla ricognizione dei danni, al recupero delle risorse necessarie e alla successiva partenza dei primi cantieri. Per strada e in bosco, il grande ferito. In un anno tutta questa attività ha dato i suoi frutti. Nel giro di un paio di giorni dopo la tempesta il tratto di strada crollata a Paluzza è stato ripristinato, dopo due mesi è stato ricostruito anche il ponte a Comeglians.



Seicento le opere avviate grazie ai fondi statali. Nel frattempo è iniziata l’attività ai margini del bosco, per rimuovere i tronchi e le ceppaie più a rischio. Sono arrivati i primi piani di prelievo, approvati a tempo record dai Comuni con l’assist della Regione. «Abbiamo avuto richieste puntuali di intervento da parte dei proprietari per estrarre 600 mila metri cubi di legno sui 700 mila a terra – fa sapere l’assessore alle Risorse forestali, Stefano Zannier -. Ne mancano 100 mila, ma sono per lo più in proprietà private frazionatissime oppure difficilmente raggiungibili. A oggi siamo a circa a metà dell’opera con 300 mila metri cubi estratti».

Quanto alle strategie di rimboschimento, Zannier mette le mani avanti: «Non sono convinto debba esser fatto a prescindere, ma dove veramente serve: in aree con problemi di sicurezza, di tenuta dei versanti o di natura paesaggistica. Per il resto la natura può tranquillamente fare da sola».

Argomenti:alluvione 2018

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