Eyes of Gaza, giornalisti in trincea: un documentario apre il Pordenone Docs Fest

Il festival inizia mercoledì 2 aprile con la pellicola di Mahmoud Atassi. Il lavoro dei cronisti palestinesi. E alle 21 il cineconcerto per Malcom X

Gian Paolo Polesini
Una scena tratta dal documentario Eyes of Gaza di Mahmoud Atassi, a Pordenone in anteprima nazionale
Una scena tratta dal documentario Eyes of Gaza di Mahmoud Atassi, a Pordenone in anteprima nazionale

Signore e signore venite, qui al “Pordenone Docs Fest” non esistono filtri. Entrate nella realtà così com’è e giace, ogni tanto è necessario comprendere ben oltre l’inflazionata finzione, sbattere il muso proprio dentro ciò che questo mondo ci riserva. Nel caso specifico, da Palestina, Canada, Cile, Francia, Usa, Ecuador, Italia, Svizzera, Malesia, Irlanda, Gran Bretagna.

Detto così con freddezza appare come una lista asettica, altresì è materia incandescente. Fidatevi.

“Docs Fest” è il mezzo per arrivare laddove i Tg non si spingono, il teatro dove è esaltato il quasi scomparso cinema d’inchiesta adatto a chiunque ne voglia sapere di più.

Il festival di Cinemazero accende le luci mercoledì 2 aprile, un’intensa luminaria multicolor che raggiungerà domenica 6 aprile portandosi appresso il meglio del docufilm d’autore.

Alle 21 di mercoledì 2 aprile sarà attivato l’omaggio a Malcom X nel centenario della nascita e nel sessantesimo dalla morte con il concerto “X! Cinesuite for Malcom”, anteprima assoluta.

Il programma completo lo trovate su www.pordenonedocsfest.it

La voce del documentario, questo è il sottotitolo. E la prima ci giunge confusa e impaurita da una terra di guerra. “Eyes of Gaza”, di Mahmoud Atassi, 2024, Quatar, è ciò che di infernale è stato raccolto da giornalisti palestinesi rimasti in trincea.

Alle 18 in sala grande. Un evento nazionale.

Dormono non si sa dove, si svegliano col giubbotto antiproiettile accanto al giaciglio, che non è affatto un letto. A uno dei tre, un mese prima, s’erano infilate schegge di granata nelle carni e la cinepresa è lì quando il chirurgo gliele toglie.

Per farvi capire che il film sconti non ne fa affatto e giustamente non li deve fare, altrimenti sarebbe uno sforzo inutile. Il senso è quello di tele trasportarci a Gaza, mantenendoci sani e salvi davanti a uno schermo mentre scorrono la devastazione e l’esausta speranza.

«Dipendiamo da Allah» è un mantra ricorrente. «Che Dio ti protegga», completa l’augurio chi si accomiata. Sopravvivere è già miracoloso.

Un sottopancia annuncia la morte di 173 giornalisti da quando esplose la lotta il 7 ottobre 2023. Meglio non contare nemmeno l’umanità sepolta sotto tonnellate di cemento.

Il reportage contempla un terrificante tour attraverso zone della città ormai inesistenti, solamente resti di case, un groviglio di edilizia sfinita, strade fangose dove automobili sgangherate le attraversano sperando di non esplodere prima del capolinea. La gente è arresa.

Bimbi giocano a saltare dentro copertoni abbandonati, un uomo getta in aria banconote senza valore, c’è chi non mangia da settimane e chi cuoce l’erba dentro una pentola arrugginita.

Eppure tutti confidano in Allah. E l’eroica dipartita da martiri è un onore. Persino un bimbetto decenne racconta di aver sfiorato la morte per essere arrivato dopo lo scoppio, ma non gli sarebbe dispiaciuto farla finita. «Sarei andato in Paradiso», dice sorridendo al padre.

Il regista Atassi, al quale sarà consegnato il “Premio Immagini del coraggio 2025” (sostenuto dall’Ordine dei giornalisti, dall’associazione Il Capitello e da Emergency), promette di andare avanti, la cronaca dall’alveo dello Stige proseguirà finché ci sarà la forza di premere start.

I tre raggiungono la casa diroccata di uno di loro con ancora sul letto la stampa dell’ecografia del nascituro. In quel momento, però, l’importante è appoggiare i cellulari sulla finestra affinché riescano ad acchiappare l’agognato 5g per trasferire dati sensibili.

Sullo sfondo un aereo sgancia in silenzio scatole di viveri servendosi di piccoli paracaduti. Farina e scatolame finiscono non si sa bene in quale campo, magari scomodo da raggiungere.

Si sfameranno in pochi. Portarsi a casa un sacco di cereali equivale alla vincita di una ricca lotteria occidentale.

C’è un improvviso bombardamento, l’immagine vacilla e se ne va senza inquadratura: una strada diventa obliqua e un albero va sottosopra, fotogrammi sovrapposti.

Nessun montaggio riuscirebbe a rendere meglio la paura. «Mostriamo questo affinché qualcuno ci aiuti» è il grido di chi dribbla le pallottole in un folle gesto di altruismo estremo.

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