Gabriele Pignotta: «Adoro lavorare con Vanessa Incontrada»

Arriva sul palco “Ti sposo ma non troppo”: «Con le mie storie esploro i sentimenti»

Gian Paolo Polesini
Il cast della commedia “Ti sposo ma non troppo”, da domani sul palcoscenici del Fvg con Ert
Il cast della commedia “Ti sposo ma non troppo”, da domani sul palcoscenici del Fvg con Ert

Commediografi contemporanei ne abbiamo? Non c’è abbondanza, in verità, e se qualcosa di buono oggi esiste, il teatro è grato a Gabriele Pignotta, il “pronipote” di Feydeau, un sociologo/attore/regista/sceneggiatore che riempie con trame leggere i palcoscenici di mezza Italia. “Ti sposo ma non troppo” è opera sua: prima fiorì la comedy nel 2008, quindi il film nel 2014 e, ora, nuovamente lucidato e messo a norma, il lavoro dell’artista romano ritorna in scena con lo stesso autore assieme a Vanessa Incontrada, Fabio Avaro e Siddhartha Prestinari.

Due coppie che ci svelano i tormenti, le gioie, i dubbi e quant’altro di affabile o di meno intrigante avvolga il ménage dell’amore a cominciare dal 27 febbraio, a cura dell’Ert, al Verdi di Maniago e il 28 all’Aldo Moro di Cordenons. Tournée che proseguirà dal primo al quattro marzo al Politeama Rossetti di Trieste, poi l’8 e il 9 marzo al teatro Giovanni da Udine e, infine, il 13 marzo al goriziano Verdi. La produzione è di “Gorizia Artisti Associati”, una solida e prolifica realtà teatrale nazionale.

Riecco Pignotta dopo il successo di “Scusa sono in riunione… ti posso richiamare?” con un altro caposaldo della prosa made in Italy che rilascia pensieri divertenti sulla nostra vita. Lei come sociologo è avvantaggiato?

«La laurea mi servì come copertura. I miei non sarebbero stati entusiasti se avessi scelto subito l’arte per campare e, quindi, sono stato costretto a vedermi attore nel mentre sgomitavo all’università. Un percorso tutt’altro che inutile, per carità. Quando scegli il mestiere del raccontastorie l’intero percorso esistenziale ti porta idee ed esperienze. Le mie trame esplorano i sentimenti nonché le varie modalità vitali e, dunque, il mio bagaglio culturale si è rivelato essere un utile sostegno».

Dal primo bagno di folla dello spettacolo a oggi alcuni nostri atteggiamenti amorosi sono mutati. Ha rimesso le mani nell’impasto?

«Diciamo che ho aggiornato il software, com’è stato giusto fare. L’età biologica dei personaggi è ovviamente cambiata: mentre da giovani si ragiona più di pancia e l’innamoramento lo percepisci come una possibilità, col salire degli anni cambiano le prospettive e aumentano le responsabilità. La speranza è ancora l’amore, ma compare più frequente la parola divorzio, i figli s’inseriscono nel sistema, insomma, è tutto più complicato».

La coppia ha subìto uno scossone non da poco.

«Eh certo. L’emancipazione femminile ci ha in parte devirilizzato, questo è un dato di fatto. Soprattutto è l’umanità intera che sta immersa nella maturità a trovarsi in difficoltà, magari a causa di un pregresso difficoltoso. E appena si ripresenta un’opportunità d’amore ecco che la paura fa da scudo e rallenta le pulsioni del cuore. Speri di riprovare quell’emozione da farfalle nelle stomaco e, invece, ti gira nel corpo una certo imbarazzo. Resta il disagio dopo un matrimonio finito male, poche storie. Il futuro lo abbracci sempre timoroso».

Vanessa Incontrada è spesso al suo fianco in scena. Dove vi siete conosciuti?

«Sul set, appunto, di “Ti sposo ma non troppo”. Ci siamo trovati compatibili, ecco, tanto da trasformaci in una sorta di coppia di fatto scenica. Il successo di “Scusa sono in riunione…” ha fortificato la nostra intesa. Adoro dirigerla e starle accanto sul palco perché Vanessa ha una grande carica emotiva naturale, non è affatto accademica e, dunque, rappresenta il mio teatro ben lontano dall’essere dottrinale. La sua libertà mi restituisce il realismo che cerco, un’autenticità fondamentale per raccontare al meglio l’aritmia delle relazioni».

E allora spingiamoci un po’ in là per dare uno sguardo a ciò che succede in scena.

«I destini di due coppie s’intrecciano a causa di un equivoco provocato da un sito di appuntamenti.

Così a sensazione immediata ci pare opera del vecchio Feydeau, il maestro dell’ambiguità.

«Be’, la ringrazio dell’onore. Il mio gioco ricalca lo schema raggiungendo, spero, più a fondo l’animo dei personaggi rispetto al drammaturgo parigino. E di questo ne vado fiero».

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