Porcellana in trincea: l’arte che resiste alla guerra al Docs Fest

“Porcelain War” racconta l’Ucraina tra bellezza e brutalità: un documentario potente dove la fragilità della porcellana diventa simbolo di resilienza contro l’invasione russa

Gian Paolo Polesini

La guerra affianca la purezza della natura in tutta la sua brutalità, estremi che solamente in un film riescono a convivere. Una pellicola del reale con un sottofondo ucraino, carcasse di case, mortai che rinculano, esplosioni, droni in ricognizione e insetti coloratissimi che sfiorano le piante. Non è un caso, no. Le voci guida inseguono la bellezza e la cristallizzano in opere di porcellana. La stessa materia con la quale è plasmata l’Ucraina: fragile e difficile da rompere.

“Porcelain War” è il docu firmato da Brandan Bellomo e da Slava Leontyev, oggi alle 14.30 in sala Grande per la quarta giornata del “Pordenone Docs Fest - Le voci del documentario”. Anteprima nazionale.

A quaranta chilometri dal confine russo, Anya e Slava attraversano boschi, scovano nascoste fra le erbacce le mine antiuomo e ci piazzano un cartello davanti, salvando vite, fotografano i piccoli gesti quotidiani di un giardino in fiore o di una radura nascosta. Quindi la coppia riproduce animaletti usando, appunto, la porcellana e la decorazione è molto ricca e viene pure usata per creare una curiosa animazione.

Questa non è un’opera solamente di narrazione guerrafondaia senza badare troppo allo stile, per nulla. A volte è talmente alta l’intensità delle immagini, da creare i presupposti di una fiction per come la battaglia esplode.

«Siamo persone normali in una situazione straordinaria», spiega Slava. «L’aggressore sfrutta ogni opportunità per eliminare chiunque contribuisca alla buona causa della cultura. E così, nell’emergenza, scrittori, musicisti e artisti impugnano armi e imparano a colpire il bersaglio senza farsi troppe domande. La patria va servita in qualche modo e ognuno contribuisce come può.

Le due fazioni sono spiegate in un unico concetto: da un lato i preparati aggressori e dall’altro gli amatoriali aggrediti.

«Tutto cambiò quando nel 2014 la Crimea fu invasa dalla Russia. Noi siamo pronti se ci chiamano a combattere. Qualcuno dovrà spiegare loro come funziona una mitraglia, ma con pazienza e volontà anche un fucile diventa facile da maneggiare».

Un gruppo di militari ucraini caricati di ogni strumento di morte si avventura per un sentiero: l’allegria pare essere dominante, risa si levano dal plotone: «È un modo per mollare la tensione, spiega una soldatessa, altrimenti non riusciremmo ad andare avanti».

Perché combattete? Non sono professionisti, proprio no, è gente strappata ai loro lavori. La Patria, per molti, è sempre un buon motivo che richiama a un dovere irrinunciabile. In altri Paesi l’attaccamento alla bandiera è assai più forte del nostro. «Cosa mai potremmo fare se non affrontare il nemico? Le giornate di guerra senza far nulla diventerebbero insopportabili».

La notte porta ancora più freddo: «Ci vogliono uccidere così, tagliandoci il calore», spiega Slava.

Il ricordo indietreggia agli inizi della battaglia, quando la gente cercava di scappare creando inevitabili lunghe file ai distributori di benzina per un massimo di quindici litri ad automobile. Il nemico colpisce proprio nell’attesa.

Con “Porcelain War” stai in trincea. Alle confessioni si sovrappongono azioni militari che sembrano autentiche. D’altronde basta una telecamera sul casco per creare il meglio del cinema d’avventura.

Ci si sposta a Bachmut, la linea del fronte, un vero inferno terreno. «Armageddon si scatena». Un orribile spreco di vite, ogni scontro porta con sé questa verità. L’unica.

«Quando magari torneremo a casa, non sarà comunque la stessa cosa di prima. Il guaio di questa maledizione è che la tua vita è compromessa, sei condannato a sopravvivere».

Altre intriganti proposte per oggi. “Normal”, alle 15 in sala Pasolini, un film di Adele Tulli che esplora la messa in scena collettiva dell’universo maschile e femminile, proponendo una riflessione sull’impatto che ha sulle nostre vite la costruzione sociale dei generi. Alle 21, in sala Grande, sarà tempo di “A Want in Her” di Myrid Carten (Irlanda, GB e Paesi Bassi). Quando sua madre scompare improvvisamente in Irlanda Myrid torna da Londra per cercarla. Un’opera lirica, una lettera d’amore per chi lotta contro la dipendenza e la malattia. —

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