Quegli occhiali regalati dal soldato Elvis: il libro di Lino Leggio diventa un film

Lo scrittore ha firmato il contratto con una casa di produzione: «Ci provò Mazzacurati, forse questa è la volta buona»

Gian Paolo Polesini

Ci provò Mazzacurati con tutta l’energia e l’amore, ma il povero Carlo se ne andò prima di un ciak che avrebbe tanto desiderato. Girare un’avventura fine anni Cinquanta con protagonisti due ragazzi friulani e un amico pizzaiolo tirato su a Villaco — determinati e fuori controllo — alla caccia disperata di Elvis Presley, soldato in Germania.

Un on the road sotto zero, forse un genere non congeniale al regista padovano, però “Lui non è qui”, il libro di Lino Leggio, anzi di Li Noleggio, gli piacque talmente tanto da firmare, allora, ben due contratti per realizzarlo (uno per la Sacher film e l’altro per Fandango) ma Dio se lo portò altrove a cinquantotto anni.

Sono lustri che registi e sceneggiatori girano attorno a questa vicenda pazzesca che sembrerebbe generata dal cinema sebbene a scriverla sia stata la vita.

«L’ultimo di una serie di incontri con i rappresentanti della EiE di Torino, una casa di produzione indipendente, ci ha fatto impugnare la stilografica per la firma e chissà che stavolta sia quella giusta per la metamorfosi che aspetto da sempre: ovvero la letteratura, quella “scritta” da un ragazzino incosciente, qual ero io allora, diventi un film», racconta lo scrittore udinese Leggio.

Lino ne ha riempite di pagine di romanzo, sedici volumi è la sua collezione completa privata i cui ricavati sono finiti sempre in beneficenza, ma questo “Lui non è qui” è il sangue del suo sangue, la più entusiasmante cavalcata attraverso l’Europa per conoscere il dio pagano del rock più osannato dal mondo. Chi, adesso, a quindici anni avrebbe il coraggio di partire in autostop con dodici mila lire in tasca (oggi sei euro, dai) avere davanti migliaia di chilometri ghiacciati, era il Natale del ’59 di un inverno freddissimo, non sapere dove dormire e con quale denaro mangiare?

«La mia famiglia era povera, per riscaldarmi usavo la carta da giornale al posto del più costoso legno e non avrei mai avuto i mezzi per un viaggio comodo e rassicurante», racconta Lino delle fatiche della sua infanzia. «E proprio da quei pezzi di quotidiano, che poi finivano nella stufa, venni a sapere di Elvis soldato in Germania. Col mio amico Giampaolo Casaroli partimmo verso Francoforte dove Elvis era ricoverato per una tonsillite batterica».

Dentro lo zainetto Lino ci infilò lo spartito di “Santa Lucia”, trovato ovviamente su uno dei tanti giornali “da riscaldamento”. «Semmai l’avessi incontrato, Presley dico, sarebbe stato senz’altro un regalo gradito», ci ragionò il Leggio quindicenne. Eccome se lo fu. La incise pure, la “Santa Lucia”, e in italiano.

La storia è un copione già scritto e pronto per finire davanti a una cinepresa. Il viaggio durò giorni e giorni, il freddo faceva perdere la sensibilità e «se entravi in un bar per scaldarti le ossa ti spedivano fuori a pedate perché gli italiani, in Germania, come i cani non erano graditi. «Ci picchiarono e ci tagliarono i ciuffi dei capelli». Elvis non era lontano, ma in uno dei tanti passaggi presi al volo verso la meta, i tre incapparono in due militari ubriachi e con il loro Maggiolino finirono dentro un lago ghiacciato. L’amico di Villaco rimase sotto assieme a un soldato. «Io, Giampaolo e l’altro militare riuscimmo a saltar fuori dall’auto prima che fosse inghiottita».

Finché Lino, triste, affamato e distrutto, notò un tizio sulla torretta di un carro armato. «Sembrava lui, non ne ero sicuro. Mi avevano detto che stavano tutti fuori in esercitazione, ma con quel casco in testa e la faccia sporca di fango chi mai l’avrebbe riconosciuto? Saltai su, nessuno mi fermò. L’occhio cadde sul nome cucito sulla giacca: Presley. Tirai fuori della borsa lo spartito di “Santa Lucia”. Lui mi lanciò un sorriso, guardò il foglio e se lo infilò in tasca. Dall’altra tirò fuori un paio di Ray-Ban e me li regalò». Missione compiuta.

Ora vogliamo il film, perché una storia così, sull’onda dell’”Elvis” di Baz Luhrmann, sarebbe perfetta per smuovere i film italiani dal romanticismo autodistruttivo nel quale sono finiti. Quasi tutti.

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