Le imprese possono salvarsi dai dazi? E quali sono i costi per le Pmi? Le risposte degli esperti

Tensioni commerciali e nuove strategie per le aziende italiane: ecco quali sono le prossime sfide per l’economia internazionale spiegate da Sara Armella e Andrea Romani Grussi

Giorgio Barbieri
Container in un porto: dal 2 aprile sono entrati in vigore i dazi stabiliti dall’amministrazione Trump
Container in un porto: dal 2 aprile sono entrati in vigore i dazi stabiliti dall’amministrazione Trump

I dazi reciproci introdotti da Trump prevedono una tariffa base del 10% sulle importazioni negli Usa, con aumenti fino al 34% per alcuni Paesi, colpendo duramente settori come l'automotive e il manifatturiero. Ma cosa cambia davvero per le piccole medie industrie italiane? Di base saranno penalizzate in termini di costi e competitività, soprattutto in settori chiave come agrifood, acciaio e macchinari. Per capire gli scenari delle prossime settimane, abbiamo chiesto aiuto all’avvocato Andrea Romani Grussu e Sara Armella, esperta di dogane e docente presso l’Università della Bocconi. Armella è membro del grppo di lavoro Dogane e commercio internazionale di Confindustria e direttore scientifico di Arcom Formazione, scuola di alta formazione per imprese e professionisti. 

Dazi, Trump annuncia tariffe del 34% sulle importazioni cinesi

 

Cosa sono i dazi reciproci e a quanto ammontano?

«I dazi reciproci sono nuove misure tariffarie doganali, annunciate dal Presidente Trump il 2 aprile che colpiranno le esportazioni verso gli Stati Uniti e che si aggiungono a quelli già in vigore. È prevista una tariffa base del 10% che graverà su quasi tutti i prodotti importati negli Usa. L’aliquota aumenterà per alcuni partner commerciali e varierà da Paese a Paese, l’Unione europea subirà un dazio del 20%, la Cina del 34%, il Giappone del 24% e così via per circa 50 paesi».

Cambierà il periodo di applicazione?

«Trump ha annunciato un’introduzione graduale ma rapida delle nuove tariffe. Avremo un primo momento dal 5 aprile in cui le esportazioni verso gli Usa sconteranno l’aliquota del 10% e poi dal 9 aprile scatteranno le aliquote dedicate ai singoli Paesi, per noi il 20%».

Quali settori economici saranno maggiormente colpiti dai nuovi dazi?

«È più facile dire cosa non sarà colpito. Esiste un elenco di 37 pagine in cui sono riportati i prodotti che saranno esentati da questi nuovi dazi, come i prodotti chimici e farmaceutici, il rame, il legname. Per le automobili e la loro componentistica è prevista una tariffa specifica del 25%».

Quali sono i principali Paesi coinvolti e come potrebbero rispondere con misure di ritorsione?

«Tutti i partner commerciali degli Stati Uniti sono coinvolti, poiché per ciascuno viene applicata una tariffa base del 10% che aumenterà per 56 Paesi selezionati. Messico e Canada invece hanno un trattamento differenziato e le loro esportazioni continueranno a subire il dazio su acciaio e alluminio».

Quali ripercussioni ci saranno sulle catene di approvvigionamento globali?

«Si rende assolutamente necessaria un’attenta due diligence sulla filiera di approvvigionamento. Per le aziende che esportano verso gli Stati Uniti è fondamentale un attento esame dei contratti e delle clausole Incoterms e verificare a chi spetti sopportare il pagamento dei dazi. La clausola Ddp ad esempio prevede che sia il venditore a sopportarne il costo, per un’azienda italiana esportatrice è cruciale verificare i contratti in essere e prestare attenzione in quelli futuri».

Quali reazioni hanno espresso le istituzioni internazionali, come il Wto e il Fmi, rispetto a queste misure?

«L’organo di appello dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) è bloccato dal 2017, proprio a causa della mancata elezione dei nuovi componenti da parte degli Stati Uniti. Il ruolo del Wto è, pertanto, molto più limitato rispetto al passato. Gli Stati Uniti stanno anche cercando di indebolirlo ulteriormente non versando il contributo dovuto all’organismo. Il Fondo monetario internazionale ha commentato negli scorsi giorni quando i dazi erano stati solo preannunciati, prevedendo ricadute non immediate ma significative per il Pil mondiale ma anche per l’economia statunitense».

Quali settori dell’industria manifatturiera statunitense beneficeranno dei dazi e quali invece ne soffriranno?

«L’obiettivo dichiarato di Trump è quello di rinvigorire l’industria manifatturiera statunitense riducendo il deficit commerciale, sperando di riportare la produzione all’interno della nazione. Potenzialmente tutti i settori potrebbero beneficiarne, ammesso che riescano a rifornirsi da fornitori statunitensi e non importino materie prime o componenti dell’estero».

In che modo i dazi incideranno sul settore agricolo, in particolare sulle esportazioni di soia e carne?

«Stando ai dati del dipartimento dell’agricoltura americano, aggiornati al 22 marzo 2025, i maggiori esportatori di carne negli Usa sono il Canada, esentato dai dazi reciproci, e l’Australia che subirà un dazio del 10% senza una ulteriore maggiorazione. Per quanto riguarda la soia, dal nostro punto di vista bisognerà aspettare le reazioni dell’Unione europea, perché l’Europa è il principale importatore di soia e il fornitore principale sono proprio gli Usa. L’Italia è a metà strada, ne importa molta ma ne produce anche, sebbene la superficie coltivata a soia da noi è soggetta a fluttuazioni».

Quali saranno le conseguenze per il settore automobilistico, sia negli Stati Uniti che nei paesi esportatori?

«Il settore automobilistico e della componentistica è espressamente escluso da questi dazi reciproci, essendo soggetto ad un altro ordine esecutivo di Trump che prevede un dazio aggiuntivo del 25% in vigore da mezzanotte del 2 aprile. Il settore è certamente allarmato, fino all’ultimo i vertici di diverse case automobilistiche hanno tentato di fare pressioni sul presidente americano affinché ritirasse la tariffa. Anche i produttori statunitensi ne subiscono le conseguenze perché temono di veder lievitare il costo della componentistica e dei pezzi di ricambio che acquistano all’estero».

Come cambierà il mercato della tecnologia e dell’elettronica di consumo con l’aumento dei dazi su componenti e prodotti finiti?

«Il mercato della tecnologia e dell’elettronica potrebbe essere colpito da nuove misure ritorsive da parte dell’Unione europea, che sta studiando la possibilità di introdurre nuovi dazi sulle Big Tech. Taiwan, che è tra i massimi produttori di chip al mondo, subirà dazi del 32% e dall’elenco dei prodotti colpiti sono esentati solo i semiconduttori».

Quali ripercussioni ci saranno per le piccole e medie imprese italiane che esportano negli Usa, in termini di costi e competitività?

«Il Made in Italy sarà certamente penalizzato dai nuovi dazi Usa. Per accedere al mercato Usa, assorbendo i costi relativi ai dazi, gli esportatori dovranno applicare prezzi più alti, con il rischio di perdere competitività. I settori che saranno maggiormente colpiti saranno le attrezzature per il trasporto, i prodotti chimici, ferro, acciaio e macchinari. È prevedibile anche un contraccolpo sul mercato dell’agrifood».

Le Pmi italiane potrebbero trovare nuove strategie per aggirare le difficoltà, come la delocalizzazione o il cambio di fornitori?

«Spostare la produzione negli Stati Uniti è un’operazione costosa e richiede la conoscenza non solo del mercato americano ma anche delle relative regole. Una valida opzione è guardare ad altri mercati di sbocco. L’Italia vanta il tasso di differenziazione delle merci che esporta più alto al mondo e l’Unione europea si sta impegnando per concludere accordi di libero scambio con diversi Paesi proprio per creare nuovi mercati in cui indirizzare l’export europeo».

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