Inchiesta Sauvignon: sequestro preventivo di 4,5 ettolitri di Pinot grigio

UDINE. Lo vanno ripetendo da settimane: le analisi condotte sui campioni di mosto prelevati nelle cantine finite sotto inchiesta non sono l’unico elemento di prova in grado di sostenere l’accusa di frode nell’esercizio del commercio ipotizzata dalla Procura nell’ambito della “Sauvignon connection”.
Nel fascicolo c’è dell’altro. «Nuove conferme», aveva sibillinamente suggerito il capo, Antonio De Nicolo. Elementi emersi in corso d’indagine e «usciti «rafforzati - così aveva dichiarato martedì, dopo il contraddittorio in aula tra le parti - dall’audizione dei periti».
Ebbene, il decreto con cui il gip del tribunale di Udine, Emanuele Lazzàro, ha disposto il sequestro preventivo di 4,5 ettolitri di vino sottoposti già a sequestro probatorio nella fase iniziale delle indagini preliminari ne è un primo, importante segnale.
La traduzione in fatti delle parole fin qui dette, a sostegno della tesi accusatoria e a dispetto dei tanti detrattori dell’inchiesta. Un piccolo “colpo di scena” che, al di là della sua pur notevole valenza tecnica, comincia a dare corpo all’ipotesi di scenario prospettato (ma coperto ancora dal segreto istruttorio) dagli inquirenti.
In pratica, invece di aderire all’istanza di un produttore che, terminate le analisi, attraverso il proprio difensore aveva chiesto la restituzione del mosto ancora in sequestro - nel suo caso, si tratta di Pinot grigio, pure inglobato nel “Sauvignon gate” -, il pm Marco Panzeri non soltanto gliel’ha rigettata (spettava a lui, che lo aveva a suo tempo disposto, decidere in materia), ma ha anche alzato la posta, chiedendo a sua volta al gip di convertire il precedente provvedimento in un sequestro di tipo preventivo, finalizzato all’eventuale confisca del bene.
La ragione? Il “corredo” di elementi di prova emersi in corso d’indagine e aggiuntisi all’originario quadro accusatorio. Elementi che il sostituto procuratore ha sottoposto all’attenzione del giudice, per dimostrare la «protrazione del reato ipotizzato» attraverso l’impiego di mosto “sofisticato”.
E per evitare quindi che quello stesso mosto, una volta terminata la fermentazione e trasformato in vino, venga messo in commercio.
Come dire, insomma, che se anche le analisi di laboratorio hanno portato alla luce soltanto tre casi sospetti, sulla trentina di campioni esaminati, escludendo quasi del tutto la presenza di sostanze estranea a quelle ammesse dal Disciplinare di produzione dei vini Doc, i motivi per continuare a supporre che nelle botti sia stato versato un preparato in grado di esaltare gli aromi permangono.
Preparato - è bene ribadirlo - comunque in nessun modo pericoloso per la salute umana. E così, pur non trattandosi di una delle due aziende agricole nelle quali i carabinieri del Nas e il personale dell’Ufficio repressione frodi Icqrf di Udine avevano campionato il mosto che i test dei laboratori avevano accertato contenere tracce di ossido di mesitile, benchè in quantità minima, il gip ha ritenuto di accogliere l’istanza della Procura e, venute meno le esigenze probatorie, di disporre un secondo sequestro.
Un “aggiornamento” in corsa che, a questo punto - dato per fondato il fumus del reato - potrebbe essere replicato anche per le altre decine di ettolitri di mosto “sigillato”. L’intera inchiesta ruota attorno alla figura di Ramon Persello, l’Archimede dell’enologia che sognava di brevettare una sostanza naturale in grado di amplificare, esaltandoli, il profumo e gli aromi di qualsiasi vino, e che per questo aveva allestito in casa, insieme alla moglie, un piccolo laboratorio di sperimentazione.
Era stata la perquisizione condotta nella loro abitazione, in settembre, a consegnare agli investigatori l’elenco dei nomi delle aziende agricole finite poi nelle maglie della “Sauvignon connection”: venti in tutto, tra le più blasonate delle province di Udine e Gorizia, sparse tra le zone Doc Collio e Colli orientali, oltre che in Abruzzo e Umbria.
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