Dai trionfi in sella alla direzione sportiva della Bora: la seconda vita di Enrico Gasparotto
Sarà premiato a Fiume Veneto sabato 5 aprile durante la presentazione della tappa della Corsa rosa. «Al Giro con Roglic per vincere. Milan? Orgoglio del Friuli»

Nella serata di sabato 5 aprile alle 19.30, con diretta tv su Telefriuli, a Fiume Veneto sarà premiato nel corso della presentazione della tappa del Giro Fiume Veneto-Altopiano di Asiago del 25 maggio. Un premio alla carriera per Enrico Gasparotto, 43 anni di Casarsa, un tricolore e soprattutto due Amstel Gold Race in bacheca, è già un Giro (con Hindley nel 2022) vinto sull’ammiraglia.
«Fatemi intanto rigraziare Fiume Veneto per il premio. Torno in Friuli con gioia, da anni vivo a Lugano, ma il Friuli per me è casa e Fiume Veneto è il paese di origine di mio padre Toni».
Cosa diciamo del nuovo Gasparotto?
«Ora sono a capo dei direttori sportivi del team World Tour, di proprietà di un colosso come RedBull, qui lavorando tra corridori, tecnici, medici, ingegneri, nutrizionisti e tante altre figure 155 persone. Faccio lavoro di coordinamento, sempre al telefono, tanto che mia moglie Anna spesso mi rimprovera, parlo sempre in inglese e ho un rammarico».
Quale?
«Mi sono diplomato al liceo scientifico Filandiere a San Vito al Tagliamento ma avrei dovuto studiare di più il tedesco, nel mondo RedBull è utilissimo».
Max Verstappen e Jurgen Klopp, supervisore delle squadre di calcio del colosso li ha conosciuti?
«Ancora no, ma questi due nomi rendono l’idea dell’alto livello competitivo del gruppo. Nel ciclismo hanno portato ingegneri, il dipartimento dell’alimentazione, con 5 chef e sei nutrizionisti, insomma tutto è specializzazione».
E lei cosa fa?
«Provo a cucire il tutto, meno corse, più lavoro di coordinamento tra risultati degli allenamenti dei 29 atleti, strategie, programmazione».
Il vostro Verstappen è Primoz Roglic?
«Sì, abbiamo la fortuna di avere uno dei 4-5 campioni che decidono le corse in questo nuovo ciclismo. Con Pogacar, Vingegaard, Van der Poel, Evenepoel c’è anche Primoz, che ha una forza mentale pazzesca. Un anno fa l’ho visto piangere dopo il ritiro dal Tour e poi è risorto alla Vuelta. È un vincente».
E tornerà al Giro dopo l’impresa sul Lussari nel 2023.
«Verremo anche con Martinez e Hindley per prendere la maglia rosa, poi così Roglic andrà al Tour più rilassato. Con Pogacar in Francia e alla Vuelta meglio prendersi per tempo».
Perchè è così forte Pogi?
«Madre natura ha fatto molto, le vittorie poi gli danno la serenità per correre divertendosi e cacciarne altre. Ma pure Vdp nelle classiche è così. Quest’anno credo vincerà anche Fiandre e Roubaix».
Ganna l’ha stupita?
«Vedo spesso Pippo, viene a Lugano a vedere l’hockey su ghiaccio. Ora che si concentra sulla strada è uno dei più forti».
E Milan?
«L’orgoglio del Friuli e dire che io l’avevo pure sottovalutato sbagliando in pieno. È meraviglioso avere per noi friulani, a proposito ieri era la nostra festa, un corridore così. Jonny haha un motore incredibile, spero vinca la maglia tricolore a Gorizia e si vesta di giallo nella prima tappa del Tour».
Eppure dietro loro due c’è poco...
«L’Italia sconta un ritardo rispetto ai paesi del Nord sui vivai. Non ci siamo evoluti ancorati alla grande tradizione. Di talenti comunque ne abbiamo. Giulio Pellizzari alla Bora RedBull si sta dimostrando talento cristallino. La prima cosa che ha fatto è studiare l’inglese in breve tempo, è fondamentale per calarsi nell’avventura. Deve crescere imparando da campioni come Roglic, ma potremmo anche portarlo al Giro».
Cosa le manca di quando correva?
«I lunghi ritiri alle Canarie sul Teide, in quel paesaggio lunare da solo ho costruito i miei successi, ma ho anche ho imparato a conoscermi».
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